Paolo Perlini, per Crunched, su Pierre Jourde
- Costanza Ciminelli
- 17 feb
- Tempo di lettura: 1 min
Perlini coglie l'essenza della scrittura di Jourde, e la rende attraverso un modo di guardare, e traguardare le cose, e di parlare: "La voce di Jourde è quella di chi ti guarda dritto negli occhi e non ti nasconde nulla: una scrittura che preferisce il sapore aspro della verità alla dolcezza artificiale della nostalgia".
Non siamo certi che la dolcezza che talvolta accompagna un sentimento nostalgico sia sempre artificiale, né che la verità si dia per forza aspra, ma è vero che dal gioco antifrastico emerge una postura autorale di netto rigore antiretorico. Anche perché l'autore - il dato autobiografico non può non rilevare - torna qui "nei luoghi che hanno forgiato la sua anima e la sua scrittura (...), un'Alvernia (...) non-luogo pieno, centro vuoto, regione che si riconosce proprio per la sua mancanza di qualità. Io direi per la sua universalità".
Un viaggio di ritorno, avverte Perlini, non già per ritrovarsi, quanto per perdersi o, meglio, nell'intima consapevolezza che il solo modo per approdare a una qualsiasi verità su di sé e sulla propria vita sia quello di smettere di cercarla. Come la bellezza, altro nodo di questo intenso romanzo intimista, che Jourde non descrive ma "aggira". Perché, come dichiara apertamente "la bellezza non si guarda in faccia. Se la fissi, scompare. La bellezza arriva di lato, mentre stai facendo altro, quando non la stai cercando. È un’esperienza secondaria, obliqua, quasi colpevole. E questa idea attraversa tutto il libro, diventando una vera e propria etica dello sguardo".
Dalla montagna perduta è pubblicato da Prehistorica Editore, con la traduzione di Silvia Turato.
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