top of page

Lara Ricci intervista Lydie Salvayre per Il Sole 24ore

  • Immagine del redattore: Costanza Ciminelli
    Costanza Ciminelli
  • 11 set 2025
  • Tempo di lettura: 1 min

Non Sette donne comuni, se chiunque si interessi anche occasionalmente di letteratura le ha lette, ammirate e amate: Emily Brontë, Colette, Virginia Woolf, Djuna Barnes, Marina Cvetaeva, Ingeborg Bachmann e Sylvia Plath.

Sette donne straordinarie che hanno gettato sul mondo uno sguardo unico per intelligenza e sensibilità, voci limpide la cui eco risuona così nitida da sollecitare una risposta, e nuove domande, sul rapporto tra vita e scrittura, tormento interiore e relazione, dialogo. creazione.


«Un anno fa ho riletto tutti i loro libri. Stavo attraversando un periodo buio. Il desiderio di scrivere mi aveva abbandonata. Ma avevo ancora quello di leggere. Avevo bisogno di aria, di vivacità. Quelle letture mi diedero entrambe le cose. Vivevo con loro, mi addormentavo con loro. Le sognavo». Così Lydie Salvayre, celebrata autrice francese tradotta in venti lingue, che per Prehistorica, la casa editrice italiana specializzata in letteratura d'Oltralpe, ha pubblicato Sette donne (traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala), scelte perché "hanno tutte un’esperienza estrema del dolore, come se questo portasse la lingua al suo più alto livello. (...) La sofferenza, invece di farle tacere, rendeva la loro parola più forte".


Intervista integrale:


 
 
 

Commenti


bottom of page