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Guido Caldiron, per il manifesto, su Pierre Jourde

  • Immagine del redattore: Costanza Ciminelli
    Costanza Ciminelli
  • 25 nov 2025
  • Tempo di lettura: 1 min

Ha sempre colpito la duplice accezione di orrido: come aggettivo riferito a qualcosa che suscita terrore, soprattutto di luoghi, oppure come sostantivo (anche nel linguaggio dei geografi), riferito a un luogo dirupato "per lo più là dove un torrente è costretto a superare con una forra rocce resistenti, tra le quali le acque precipitano con fragore" (cfr. Treccani). Ce lo ricorda Caldiron nel notevole incipit che apre il suo magnifico saggio breve: "Una poesia ruvida (...) quasi brutale, ma nell'accezione per cui un dirupo che squarcia le montagne per rivelare alla vista al luce del sole dopo un cammino tra i boschi, diventa un "orrido", una visione di indicibile e impressionante bellezza."

Lo sguardo lucido e implacabile dell'autore, le contraddizioni della sua scrittura, il valore letterario di questo suo testo emergono limpidi in questa prova di mirabile critica letteraria.


Pubblicato in Italia da Prehistorica Editore, con la traduzione di Silvia Turato.


Recensione integrale (scansione):


Maggiori informazioni sul testo e sull'autore:





 
 
 

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