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Angela Parolin, per MANGIALIBRI, su "La Diga" di Maylis De Kerangal e Joy Sorman

Immagine del redattore: Costanza Ciminelli
Costanza Ciminelli
30 lug
Tempo di lettura: 1 min

Aggiornamento: 6 set


Interessante la riflessione con la quale Parolin apre questo testo critico sul significato e sul valore della diga come "tentativo di separazione forzata. Ciò che naturalmente nasce per stare vicino, viene confinato dall’uomo in un nuovo spazio".


Anche la diga di Seyvoz che dà il titolo a questa cronaca in forma di romanzo "non è diversa dalle altre: da una parte l’acqua, dall’altra il paese e le persone che lo abitano. Ma la natura non tende sempre a riprendersi il suo spazio, rispondendo solo alle proprie regole originarie?"

La domanda è tanto più legittima, e la risposta fatalmente scontata, quanto più violento è stato il saccheggio da parte dell'uomo succube del progresso a ogni costo.


Pubblicato da Prehistorica Editore, con la traduzione di Elena Vozzi e Nicolò Petruzzella.

Recensione integrale:


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