Alessandro Gnocchi, per Il Giornale, a colloquio con Luca Scarlini, su Giorgio Manganelli
- Costanza Ciminelli
- 11 ore fa
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Un'idea non convenzionale dell'arte e del teatro - mai spettacolo, né intrattenimento, se mai liturgia - che discende dall'idea del valore primario della parola.
Giorgio Manganelli, provocando con la sua tipica ironia, arrivò a immaginare il teatro come scena deserta, platea deserta, chiusa da finestre inchiavardate, dove sola protagonista sul palco è la parola. Un paradosso che ha la cifra della poetica, come ricorda lo studioso Luca Scarlini, curatore per Cue Press della raccolta più completa mai pubblicata delle scritture sceniche manganelliane.
Tra le numerose, la magnifica pagina di Copernico rende omaggio, in particolare, al Cassio governa a Cipro, riscrittura shakespeariana del 1974 per la Biennale di Venezia allora diretta da Luca Ronconi, in scena negli spazi industriali di Marghera, ritenuta troppo oscura e complessa per il pubblico poco avvertito del distretto. Una polemica non nuova, alla quale Manganelli rispose, dalle pagine de l'Espresso, richiamando il popolo vivace e partecipe che si affollava al Globe, ai tempi del teatro elisabettiano, tutt'altro che banale e semplice, per godere di un'esperienza collettiva, molto più libera e avvincente di quanto il corrente paternalismo italiano consentisse.
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